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Frank - La Recessione Pericolosa

  • Immagine del redattore: Olly
    Olly
  • 20 apr 2020
  • Tempo di lettura: 4 min

Premetto: questa recessione non sarà tanto pericolosa, perché è vero che dico sempre quello che penso ma lo faccio sia nel bene che nel male.


Frank è un film uscito nel lontano 2014 – 6 anni sono considerati come un’eternità da noi cciovani – diretto dal regista irlandese Lenny Abrahamson – celebre per il film Room dell’anno successivo che ha vinto e stravinto qualsiasi cosa ovunque – e presentato al Sundance Film Festival di quell’anno. È un film che non è tratto da una storia vera ma si ispira a personaggi esistenti: il primo è Frank Sidebottom (cognome allegro e simpatico), l’alter-ego del comico britannico Chris Sievey; gli alti due sono i cantautori Daniel Johnston e Captain Beefheart (che caruccio).

Finite le note tecniche che si possono reperire tranquillamente anche su Wikipedia, veniamo ad una delle parti che più interessa il pubblico medio: la trama.

Il protagonista è Jon, aspirante – roscissimo – cantautore inglese, intento a trovare ispirazione per le sue canzoni da tutto ciò che vede, con scarsi risultati. Un giorno si imbatte in una scena abbastanza unica: vede un uomo che cerca di suicidarsi annegandosi. L’uomo è il tastierista della band Soronprfbs – nome impronunciabile e impossibile da scrivere senza aiuto – che verrà salvato e portato in ospedale. La band anche assiste alla scena e trovandosi senza un componente chiedono a Jon di suonare al suo posto la sera stessa, senza prove o conoscenze di alcun genere. Sul palco, poco prima dell’esibizione, vede il frontman della band: Frank, un uomo con una testa di cartapesta, molto ben progettata, che non leva mai. Gli altri componenti della band sono Don – colui che ha assoldato Jon – l’eclettica Clara, Nana e Baraque. La serata a cui Jon partecipa per la prima volta come componente della band sarà un totale disastro ma egli, subito dopo, entrerà a pieno diritto nell’organico del gruppo stesso. L’azione si sposta poi in Irlanda, dove questo gruppo alquanto particolare – per non dire strano – si recherà per creare ed incidere un album. Sperduti nelle foreste irlandesi, lontano da tutti e da tutto, Jon imparerà non solo a conoscere questi strampalati esseri umani con cui condivide mesi e mesi della propria vita ma inizierà anche a condividere con il mondo esterno, attraverso Twitter e Youtube, la loro ricerca sonora e creativa, le loro abitudini e soprattutto le abitudini di Frank. Sì perché Frank vive a modo suo, mangia solo un tipo di integratore che beve attraverso una cannuccia, prende ispirazione da ogni minima cosa che ascolta o vede (riesce ad avere una visuale attraverso la maschera), non incide nulla se non è assolutamente convinto della sua totale perfezione. Frankè sempre pronto a mettere in discussione sé stesso e gli altri, l’unica e vera certezza è che non si leva mai l’enorme testa di cartapesta che gli copre il volto, nemmeno per fare la doccia ed è capace di brutte cose se qualcuno prova a toglierla. È un aspetto interessante a cui lo spettatore – o almeno io – non darà peso nel corso della storia perché quello è Frank, è così e basta e va bene, senza troppi problemi. Don, Clara, Nanae Baraque non hanno mai visto Frank in viso e nonostante questo non hanno mai preteso di farlo, lo hanno accettato fin da subito per quello che è. Jon, seppur ad un certo punto sembra averci fatto l’abitudine, sarà l’unico che cercherà di de-naturalizzare Frank e l’intero gruppo.

Proprio qui vorrei focalizzarmi: la perdita di identità. Frank non ha una vera identità come viene socialmente intesa, non si conosce il suo cognome e nemmeno i lineamenti del volto eppure ha una forte personalità ed estro artistico, così forte che quando viene in qualche modo messa in discussione crea una rottura che porta anche ad una perdita di identità, un vero e proprio smarrimento.

Per Jon, così rinchiuso nei suoi schemi socialmente imposti, sarà un problema adeguarsi alla libertà mentale che gli altri possiedono. Clara è l’unica a capire che la presenza di Jon creerà problemi e lo ostacolerà in tutti i modi possibili, colpendolo il più delle volte, in maniera forte, insomma gli dà delle belle mazzate *OUCH*.

La storia procede con alti e bassi che non racconterò – dannati spoiler – spostandosi anche negli Stati Uniti.


Frank – il personaggio – nasconde il suo volto, come facciamo in maniera meno prepotente tutti noi mettendo trucco, occhiali o per lo meno come spesso vorremmo fare, ma allo stesso tempo è sé stesso in tutto e per tutto.

Frank – il film stavolta – è un viaggio, non tanto fisico – sì ci sono spostamenti in diversi stati che però risultano essere secondari – quanto mentale. Invita a non precluderci nulla, a non sottostare alle regole e ai canoni imposti dalla società. Siamo quello che siamo, senza curarci di quello che pensano gli altri.

In fin dei conti la vita è nostra!

È un film che rientra pienamente nella mia idea di vita: dire la verità senza mezze parole, le falsità lasciamole ai cani (o erano le ossa?).


E poi ci sono quei figoni di Domhnall Gleeson (amo i rosci), Michael Fassbender e Maggie Gyllenhaall, vi ho convinti ora?



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